Una pillola che dà il ritmo

Con la terapia sostitutiva si assumono per via orale gli ormoni che la tiroide non produce più. Trovare il dosaggio giusto non è facile e l’equilibrio raggiunto può alterarsi facilmente.

La prevalenza della tiroidite è andata aumentando significativamente in questi ultimi decenni con un picco in età puberale e adolescenziale, con una netta prevalenza nel sesso femminile e rischio famigliare.

La terapia della tiroidite consiste nell’assunzione di un ormone sintetico per via orale. Va preso la mattina a digiuno circa mezz'ora prima di colazione.
Nel caso di ipotiroidismo (ridotta funzionalità della tiroide) si tratta di una terapia sostitutiva: si assume la forma sintetica dell’ormone tiroideo che la ghiandola non produce più.
Nel caso di ipertiroidismo, la terapia avrà lo scopo di inibire la produzione di ormoni.
In alcuni casi, dopo un certo periodo, la tiroide riprende a funzionare correttamente da sola e la terapia può essere sospesa – con cautela ed effettuando periodici esami del sangue alle scadenze previste.

La terapia sostitutiva è molto semplice da seguire: una o più compresse (o gocce) da assumere, preferibilmente a digiuno, 20 o 30 minuti prima di iniziare un pasto. Più complesso il compito dell'endocrinologo che deve decidere la dose sulla base dell'età, del peso e dell'altezza del paziente.
Questo significa che nell'infanzia, pubertà e adolescenza, la dose deve essere rivista con una certa frequenza; tenendo conto dei valori del TSH e dell’ormone tiroideo libero (FT4). Questi valori si possono rilevare con un semplice esame del sangue da effettuare ogni 3-4 mesi nonchè ogni volta che si presentano dei possibili sintomi di ipo o ipertiroidismo.
In particolare, durante la pubertà, può essere necessario variare il dosaggio, aumentandolo. Anche in questo caso controlli frequenti sono utili all'endocrinologo per definire la dose esatta.
Il principio attivo presente nelle compresse passa nel sangue attraverso l'intestino. Ogni variazione nella funzione intestinale può quindi provocare un minor assorbimento.

Grazie alla terapia sostitutiva una persona con ipotiroidismo autoimmune può affrontare tranquillamente una vita assolutamente normale. Se è un bambino ed è stato diagnosticato per tempo e ben trattato avrà uno sviluppo normale sia in termini di altezza che di comparsa delle pubertà. L'ipotiroidismo è perfettamente compatibile con le normali vaccinazioni, con un'attività fisica (anche intensa e agonistica) con ogni tipo di studio o di attività lavorativa.

Insomma, grazie alla terapia sostitutiva, la persona cessa di essere ipotiroidea. Anche i controlli potranno essere meno frequenti (con l'eccezione del periodo di gravidanza). La tiroide cessa di essere un problema, ma attenzione a non 'dimenticare' insieme alla malattia anche la cura: le compresse vanno prese con costanza, altrimenti il problema si ripresenta assai presto!

Rimangono però due problemi. Primo: la tiroidite di Hashimoto fa parte della 'costellazione' delle malattie autoimmuni. Chi l'ha sviluppata, anche se ha risolto il problema grazie alle compresse, rimane a rischio di sviluppare (o di aver sviluppato, o di generare figli che sviluppano) altre malattie autoimmuni.

È buona regola quindi verificare, sia alla diagnosi sia con una certa frequenza, gli altri 'astri' di questa costellazione: celiachia e diabete di tipo 1 in primis. Ogniqualvolta si presenti un problema o una difficoltà (per esempio nel concepimento) la diagnosi di ipotiroidismo autoimmune va ricordata allo specialista.  

Viceversa, chi soffre di celiachia dovrà controllare con una certa frequenza anche TSH e ormoni tiroidei (l'ipotiroidismo può esordire in diversi momenti della vita). Perfino l'alopecia (la precoce perdita dei capelli nei maschi o il diradarsi dei capelli nelle femmine) può far sorgere il sospetto di ipotiroidismo.

Attenzione ai noduli

Secondo problema: il rischio di noduli all'interno della tiroide. Il rischio è più alto nelle femmine ed è ridotto in età pediatrica. Ridotto non vuol dire azzerato: se la probabilità è bassa, il rischio è forte visto che questi noduli  – nella maggior parte dei casi benigni – in alcuni casi possano sviluppare tumori (i tumori della tiroide rappresentano la neoplasia endocrina meno rara in età pediatrica). Un endocrinologo pediatra potrà, con la sola palpazione o con un'ecografia, sospettare l'esistenza di noduli, mentre, per capire se si tratta di noduli benigni o maligni occorrerà prelevare con un ago sottilissimo un campione del tessuto del nodulo.

«La sola ecografia infatti spesso non è sufficiente: meglio effettuare una eco-color doppler che consente, in alcuni casi, di evitare l'ago aspirato, cioè l'asportazione di un frammento del nodulo per studiarlo», ricorda il Professor Giuseppe Chiumello che ha presieduto le Società Italiana ed Europea di Endocrinologia Pediatrica.

Nel caso in cui il nodulo sia o rischi di evolversi in maligno, un'asportazione chirurgica della ghiandola (un intervento semplice) risolve il problema.